Giovanni 的个人资料A sfiancarsi per il lito...照片日志列表更多 工具 帮助

日志


8月24日

18Agosto. E leggete Kerouac!

<<Se ho sbagliato perdonatemi: i sogni sono quasi sempre sbagliati, mi dicono. Eppure io non riesco a dimenticare la lezione forse più importante che mi ha dato il mio indimenticabile maestro Ernest Hemingway: "Ho fatto una pace separata".>> Viva Fernanda Pivano!!!!
 
7月3日

Jean de La Fontaine, da P.Brunel

Prima di La Fontaine la favola era un racconto breve
da Esopo in poi
si creava l'aneddoto per
la morale.

Sensibile come tanti del secolo
XVIIesimo
alla natura
si limita a dei tratti rustici
concisi ed evocativi
con qualcosa di
<<definitivo e impercettibile>>
(Fargue)((mai sentito))

Spesso le sue
descrizioni naturaliste hanno anche errori:
le cicale muoiono prima dell'inverno
le volpi non impazziscono per il formaggio, ecc

La pittura della società è piuttosto cupa:
le donne ed i bambini non hanno rilievo,
i viaggiatori vengono sminuiti

Satira politica, alla società
sottile
quasi inesistente
lezioni sui forti e sui deboli
su astuzia e stupidità

Morale
implicita spesso
anche dimenticata a volte
presa da modelli popolari generalmente
a volte più positiva e meno comune
(solidarietà, pietà, solitudine)
anche negata, in contraddizione con altre precedenti

Non ha un'etica
malgrado certe sue dichiarazioni
a prenderlo sul serio

C'è un pò di pessimismo
Ma chi vuole trarre delle regole di vita da quello che ho appena descritto?
Chi è mai stato influenzato da queste fiabe?

Non il contenuto importa
piuttosto la forma

<
Se c'è qualcosa nei nostri scritti che possa far impressione sulle anime, non è certo la gaiezza dei racconti: essa passa facilmente: temerei piuttosto una dolce malinconia, in cui sono piuttosto capaci di piombarci i romanzi più casti e più modesti, e che è un'ottima preparazione all'amore
>
Jean de La Fontaine

Non si
lusinga
di costituire una filosofia morale
preferisce dare un lirismo discreto con interventi
che si fanno più frequenti col passare degli anni
sulla dolcezza dell'amicizia
sul fascino della fantasticheria
sulla nostalgia del viaggio sentimentale
sull'universo stellato d'amore

Fra moralità
eterogenee
un pò di epicureismo

Oltre a dare i significati più vari alla favola
usa i metri più vari
nel secolo dei teorici e delle regole
con anche un'armonia musicale
degna dei più grandi artisti.
Nostalgia
<< il ne règnera plus sur l'herbe des prairies >>
traduzione (easy):
<< non regnerà più sull'erba delle praterie >>

La stessa molteplicità di questi accostamenti
denuncia quanto inafferrabile e varia appaia la sua poesia
6月21日

Beppe Salvia 2/2

La radio manda una canzone triste,
mesti gli accordi carioca non sarebbero,
vorrebbero le mie note bene accordarsi
ad essi, ma ahimè questo rubizzo
canto nasale e questi ritmi, nella notte
spenta, mi fanno nostalgia,

dall'aperta finestra al mar vorrei volare,
sulla corda sull'ale del saxofono,
l'amore degli amanti americani
le buffe bocche dipinte che s'accostano
a baffi sottili e di perfetto taglio, vorrei,

vorrei cantar carioca come un'oca alla luna.
5月4日

Visto il cambio di nome...

Io sono colui che ha un angoscioso desiderio d'amore;
gravita la terra? la materia non attira, bramandola, tutta
   la materia?
Così il mio corpo verso tutti quelli che incontro o conosco

Walt Whitman - Foglie d'erba
5月2日

.

L'editoriale La Settimana di ben due settimane fa dell'Internazionale

Italy.
Evvia il made in Italy! Apprezzato in tutto il mondo per il suo stile inconfondibile. Come nel settore delle armi, che rappresenta "un patrimonio tecnologico e produttivo non trascurabile per l'economia del paese". E che sfida la crisi segnando un incredibile +222 per cento nell'ultimo anno. Sono dati del rapporto della presidenza del consiglio. Tra i nostri clienti ci sono un pò tutti. In cima alla lista la Turchia. Ma anche l'India e il Pakistan, l'Algeria e la Libia, la Nigeria ed Israele. Al Kosovo le aziende italiane forniscono "agenti tossici, chimici e biologici, gas lacrimogeni e materiali radioattivi". Al Messico, insaguinato dalla guerra tra narcos e governo, abbiamo venduto armi leggere e pesanti per 10milioni di euro. Siamo all'ottavo posto tra i paesi esportatori di armi, ma per l'archivio disarmo potremmo arrivare al sesto. Finmeccanica è l'azienda leader: quinta nel mondo per profitti legati al settore militare, prima in Europa. E chi è il principale azionista della Finmeccanica? Lo stato italiano.

4月29日

Ahahahahha

Photobucket
Hettore e Andromaca, Giorgio de Chirico



Mia rosa, pupilla dei miei occhi
non ho paura di morire
     ma morire mi secca
è una questione di amore proprio
Nazim Hikmet
3月29日

Tratto da Gargantua e Pantagruele di Messer François Rabelais

CAPITOLO TERZO

Del lutto che ebbe Gargantua per la morte della moglie sua
Babedec

Quando Pantagruele fu nato, chi restò stupefatto e sorpreso, fu Gargantua suo padre: perché, vedendosi da una parte la moglie sua Babedec morta, e, dall'altra, il figlio suo Pantagruele appena nato, così bello e così grosso, non sapeva che dire né che fare. e il dubbio che gli turbava il cervello era questo: se doveva piangere per la perdita della moglie, o ridere di gioia per la venuta del figlio. Per un verso o per l'altro, aveva una quantità di argomenti filosofici che lo soffocavano: perché riusciva a sillogizzare assai bene in modo et figura, ma non a risolvere il problema. Ragione per cui, restava là ingarbugliato, come un topo in trappola o un avvoltoio preso al laccio.
    - Debbo piangere? - diceva. -Certo si; e perché no? La mia carissima moglie mi è morta. Lei che era la più questa e la più quest'altro che mai fosse al mondo. Non la vedrò mai più; mai più ne troverò un'altra come lei: é una perdita irreparabile! Dio, Dio mio, che cosa ti avevo fatto per castigarmi così? Perché non mandasti la morte a me prima che a lei? Perché vivere senza lei per me è come languire. Ohi, Babedec, amor mio, bella mia, mia fighetta [eppure non ce l'aveva così piccola, perché era lunga tre almenti e due sesteri], tenerezza mia, mia braghetta, ciabattina mia, pantofolina del mio cuore, non ti vedrò mai più. Ohi, povero Pantagruele, tu hai perduto la tua buona madre, la tua dolce nutrice, la tua venerata signore. Ahi, morte traditora, sei stata così malvagia, così feroce con me, da togliermi lei, che meritava l'immortalità!
     E così dicendo, piangeva come una vacca. ma poi d'un colpo rideva come un vitello, quando gli veniva in mente Pantagruele.
     Ohi figliolino mio, - diceva, - coglioncino mio, petuzzo d'oro, come sei carino!


Ecc ecc
1月26日

poesie

Vincenzo Cardarelli
Gabbiani
 
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
 
***
 
Alla morte
 
Morire sì,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell'ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell'orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all'amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppo volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
in un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s'involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L'immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte non mi ghermire
ma da lontano annùnciati
e da amica mi prendi
come l'estrema delle mie abitudini.
1月18日

Mark Strand - Poesie varie

Prima l'intervista ed ora un pò di testi, trovati su internet, di quell'autore.

LA VITA TRANQUILLA:
Sei alla finestra.
C’è una nube di vetro a forma di cuore.
Sei il fantasma sull’albero lì fuori.
La strada è muta.
Il tempo, come il domani, come la tua vita,
è in parte qui, in parte sospeso in aria.
Non puoi farci niente.
La vita tranquilla non dà preavvisi.
Consuma i climi dello sconforto
e compare, a piedi, non riconosciuta, senza offrire nulla,
E tu sei lì.

_____________

Se guardi la neve che scende a coprire la terra,
coprire se stessa e tutto ciò che tu non sei, vedrai
che è la deriva gravitazionale della luce
sul rumore dell’aria che cancella l’aria,
è il cadere dell’attimo nell’attimo, la sepoltura
del sonno, la fodera dell’inverno, il negativo della notte.

____________

1) Se un uomo capisce una poesia,
avrà dei problemi.

2) Se un uomo vive insieme ad una poesia,
morirà solo.

3) Se un uomo vive insieme a due poesie,
ne tradirà una.

4) Se un uomo concepisce una poesia,
avrà un figlio in meno.

5) Se un uomo concepisce due poesie,
avrà due figli in meno.

12) Se un uomo si vanta delle sue poesie,
verrà amato dagli stolti.

18) Se un uomo lascia che le sue poesie vadano in giro nude,
avrà paura della morte.

19) Se un uomo ha paura della morte,
verrà salvato dalle sue poesie.

20) Se un uomo non ha paura della morte,
le sue poesie forse lo salveranno forse no.

21) Se un uomo finisce una poesia,
si immergerà nella scia bianca della propria passione
e verrà baciato dalla pagina bianca.

1月17日

Cultura e Visioni, Il manifesto di giovedì 15 gennaio

Vi do un passatempo e vi copio un articolo serio di poesia contemporanea, un'intervista de Il manifesto al poeta americano Mark Strand.

PER RENDERE TATTILE IL SENSO DELL ATTESA

Mark Strand
UN POETA NARRANTE



Incontro con il poeta americano che questa sera terrà un reading a Roma, all'auditorium della Saint Stephen's School in via Aventina 3, alle ore 19.30. I suoi numi tutelari sono Wallace Stevens, Richard Wilbur e la pittura di Hopper con il suo senso dell'attesa. «Anche nella mia poesia - dice - sono presenti dei personaggi e qualcosa accade»
«L'avverarsi/ di qualsiasi cosa è una minaccia continua». E ancora: «Se la luna potesse parlare non direbbe niente»; «Penso alle vite innocenti/ delle persone dei romanzi: sanno che moriranno/ ma non sanno che il romanzo finirà». Mentre si avvicina l'ora dell'appuntamento con Mark Strand, mi rendo conto che, più di una serie di domande per un'intervista, ho in mente un florilegio di citazioni delle sue poesie, dalle raccolte più vecchie all'ultima, Uomo e cammello, la sua undicesima, apparsa in italiano per «Lo Specchio» Mondadori nel 2007. Mi piacerebbe sottoporglieli, quei frammenti mandati a memoria, e chiedergli di commentarmeli come fossero di un altro: uno dei tanti poeti che hanno fornito l'argomento alle sue lezioni universitarie, prima a Chicago e negli ultimi tre anni a New York, alla Columbia.
Eppure, la lingua di Strand è sempre limpida, accessibile, anche quando si fa carico delle visioni più impervie e sorprendenti. Come le parabole di un maestro taoista, i suoi versi, più che capiti, vanno intuiti, rivissuti. Basta non opporre resistenza, accettando di venire trasportati in una terra talmente estranea che leggere potrà dare l'inquietante sensazione di essere scivolati, a propria insaputa, nel sogno di un altro. Ma non è mai tutto qui. Come sempre accade con la grande poesia, accettando l'arbitrio dell'altro noi in realtà torniamo a casa, e dove meno ce lo aspettavamo troviamo lo spazio necessario a riconoscere qualcosa di noi stessi. Per questo motivo, si potrebbe dire che tutte le storie raccontate da Strand nelle sue poesie, assomigliano a sogni, ma non lo sono mai fino in fondo.
Nato in Canada nel 1934 Strand, fra i poeti della sua generazione, è quello che ha saputo sviluppare al meglio, conducendola fino ad esiti imprevisti quanto originali, la grande lezione di Wallace Stevens. Non ha nulla in contrario a vedere definita, nelle recensioni e nelle storie letterarie, la sua poesia come filosofica («a patto, però, di non vedere nell'aggettivo qualcosa di sistematico. Ma ogni meditazione, ogni considerazione dell'essere è un atto filosofico»). Accanto alle poesie di Stevens, andranno subito citati i quadri di un altro dei numi tutelari dell'ispirazione di Strand, Edward Hopper, al quale ha dedicato un saggio ricchissimo e vibrante d'ammirazione. L'agenda delle sue vacanze romane, del resto, è molto fitta di spedizioni nei musei. Reduce dalla Galleria Borghese, ha intenzione di affrontare, dopo l'intervista, i Musei Vaticani. Ma accetta con pazienza, e vincendo un'evidente riluttanza a parlare di sé, di sottoporsi a un'intervista, in compagnia di Damiano Abeni, il suo eccellente traduttore italiano, oltre che amico di lunga data.
Siamo in un comodo angolo di uno dei vasti ed eleganti saloni al pianterreno dell'Accademia Americana, una villa circondata da un parco alla sommità del Gianicolo, terminata nel 1914 in quello che nei manuali d'architettura è definito stile «eclettico». Un luogo che si potrebbe definire come una scheggia ormai fuori tempo massimo di età dell'innocenza, per usare la formula di Edith Wharton riscoperta da Martin Scorsese. La conversazione con Strand prende le mosse proprio dai tanti scrittori americani che hanno fatto di Roma quasi una specie di genere letterario: dall'Hawthorne del Fauno di marmo al James del Ritratto di signora. Quanto a lui, difficilmente le sue poesie sono ascrivibili a un luogo e a un tempo precisi. Ma ci tiene a citare, più di tutti i narratori, un poeta americano ancora poco noto in Italia, Richard Wilbur, ammirato anche da Brodskij. Wilbur scrisse una specie di ode dedicata a una fontana barocca di Villa Sciarra, proprio a pochi passi dall'Accademia Americana. Ma il fascino di Roma, per un poeta colto e incline alla meditazione come Strand, sta anche nel fatto che ci si aggira in un luogo reale, che è, allo stesso tempo, un grande palinsesto di scritture, emblemi, citazioni...
Mr. Strand, non solo Roma, ma tutto il mondo, da un certo punto di vista, può essere considerato un libro da sfogliare. Nella sua poesia, questa vecchia e ben collaudata metafora riaffiora con una certa regolarità...
Sì, la metafora è antica, e volentieri ci sono tornato sopra, per tentarne delle variazioni. Ed è pure vero che noi possiamo metterci di fronte al mondo come chi legge un libro, ne decifra i caratteri. Il guaio, semmai, è che non lo capiamo.
Se è vero che per ogni poeta il punto di partenza è la poesia di un suo predecessore, quanto è stato realmente importante per lei l'esempio di Wallace Stevens ? E ha mai provato i morsi di quella che Harold Bloom definisce l'angoscia dell'influenza ?
Di Stevens iniziai con il leggere i Tredici modi di guardare un corvo. Oggi mi capita di insegnarlo nei miei corsi all'università. Mi voleva chiedere se è così difficile affrancarsi da un modello? Direi di no, si può riconoscere il proprio punto di partenza e nello stesso tempo andare lontano. Il fatto è che sarebbe finto pensare a un'innocenza da recuperare. Bloom dice che c'è un clinamen, uno scarto dal percorso tracciato dal maestro; ma questo avviene grazie ad altri maestri: nel mio caso Kafka, Borges... La vera angoscia dell'influenza, a mio parere, la si deve provare nei confronti di se stessi. Insomma, la mia paura non è l'imitazione, ma l'auto-imitazione. Bloom, nella sua teoria, non tiene nel debito conto questo aspetto.
Nel risvolto di copertina di un'antologia italiana della sua opera, l'editore la definisce «il più kafkiano dei maestri americani». Si riconosce almeno vagamente in questa definizione ?
A parte il fatto che Kafka è un genio mentre io...non mi considero tale, devo dire di sì. Questa primavera, terrò un corso su di lui alla Columbia. Ancora oggi, credo che la scoperta di Kafka possa rappresentare un'esperienza decisiva. Adesso che hanno pubblicato i diari di Susan Sontag, per esempio, si può vedere cosa questa lettura abbia potuto rappresentare per una persona come lei, quando era ancora molto giovane. Per quanto riguarda la mia poesia, è certo che l'aggettivo kafkiano per me punta dritto a una questione essenziale, che è quella del raccontare. Sono consapevole del fatto che, a differenza di tantissimi altri poeti, scrivendo io mi preoccupo dell'impostazione narrativa del discorso. Qualcosa accade, ci sono dei personaggi. È per me un'impalcatura irrinunciabile. Senza di essa credo che la mia poesia non sarebbe affatto comprensibile. Detto questo, posso tornare all'importanza di un modello come Kafka. Perché, cosa fa Kafka, soprattutto nelle prose più brevi? Di sicuro racconta. Ma non racconta per forza una storia, bensì un evento. Non si può restringere a una storia l'àmbito del raccontare.
Quel che dice non può che far venire in mente anche il suo interesse per la pittura di Edward Hopper. Guardando i quadri di Hopper, naturalmente, noi vediamo una scena ferma, non una successione di eventi. Eppure sentiamo che qualcosa accade, o sbaglio ?
Con questa narratività implicita nella visione, noi tocchiamo con mano quello che ho definito come il grande potere di Hopper. Perché effettivamente non mette nessuna storia all'interno dei suoi quadri, tocca allo spettatore, in qualche modo, supplire a questa mancanza. L'artista quasi costringe chi guarda a immaginare la possibilità di un evento.
Si riferisce ai paesaggi marini, a quei fari, a quelle case che sembrano abbandonate da tempo immemorabile ?
No, no, la cosa è molto più chiara e affascinante quando vediamo l'umanità di Hopper. Molto più che nei paesaggi. Per dirne una, è palpabile il senso di un'attesa. Noi non sappiamo che cosa venga atteso, ma è come se riuscissimo a vedere l'attesa. Ad esempio, possiamo osservare una signora ben vestita, senza particolari emozioni stampate sul volto, che aspetta qualcuno nella stanza di un albergo. Ed ecco che Hopper ti sta portando quasi per mano in un mondo in cui sei come costretto a immaginare ciò che accade, rimediando alla reticenza del dipinto. Ti poni delle domande, non puoi evitarlo. Arriverà mai colui che la signora aspetta ? La persona che vediamo è in procinto di affrontare una tragedia ? E di che tragedia si tratterà ?
È un interrogativo che mi offre l'occasione per tornare sulla sua poesia, fatta certamente di racconto, ma anche di contemplazione. Questa contemplazione, tuttavia, si fissa su una normalità, una quotidianità che solo in apparenza è rassicurante. In realtà, come si legge in una poesia del 1970, la vita, quanto più sembra tranquilla, tanto più «non dà preavvisi». E più di recente: «l'avverarsi/ di qualsiasi cosa è una minaccia continua». La tranquillità del contemplare è dunque come l'occhio del ciclone ?
Decisamente sì, mi piace questa immagine. Quanto alla minaccia che è insita in qualunque cosa che si avvera, ebbene, è così! Cosa volevo esprimere in quei versi? Una specie di desiderio assurdo che le cose non finiscano mai, probabilmente. Ma come è possibile? La natura delle cose è che esse si concludano, si consumino. A partire dalla vita nella sua integrità. Tutto finisce: ci si incontra per poi salutarsi, si visita una città per andarsene, e così via...
Tanto è viva in lei questa preoccupazione, che nella «Poesia sulle ultime sette parole», un ciclo ispirato al quartetto di Haydn op. 51, «Le ultime sette parole di Gesù sulla croce», la possibilità di rimandare la fine assume i contorni di una vera e propria storia di redenzione...
È vero che ho provato a immaginare la figura di Cristo, ispirandomi soprattutto al Vangelo gnostico di Tommaso. Ma non lo riesco a immaginare davvero, se non come un poeta. Un Cristo, insomma, spogliato della sua presenza morale. Perché il poeta offre al suo lettore un paradiso che anziché essere eterno è provvisorio, dura quanto dura la poesia stessa. E lungo l'arco di questa durata, al lettore è concesso credere in qualcosa, senza altre conseguenze.

Sito del quotidiano


1月2日

Poesia...

Ho internet col contagocce. Tanti auguri. A voi Jorge Luis Borges

Se io potessi vivere un'altra volta la mia vita
nella prossima cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei pochissime cose sul serio.
Sarei meno igienico,
correrei più rischi,
farei più viaggi,
guarderei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono andato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali e meno immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
e precisamente ogni minuto della sua vita;
certo che ho avuto momenti di gioia
ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
solo di momenti, non ti perdere l'oggi.
Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
una borsa d'acqua calda, un ombrello e un paracadute;
se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell'autunno.
Farei più giri nella carrozzella,
guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
se avessi un'altra volta la vita davanti.
Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.


12月25日

Shakespeare

Amleto: Signora, posso adagiarmi sulle vostre ginocchia?
Ofelia: No, signore.
Amleto: Intendo, con il capo sopra il vostro grembo
Ofelia: Si, signore.
Amleto: Pensavate che dicessi una villania?
Ofelia: Non penso nulla, signore.
Amleto: E' un bel pensiero, giacere tra le cosce di una fanciulla
Ofelia: Che cosa, signore?
Amleto: Nulla
Ofelia: Siete allegro, signore.
Amleto: Chi, io?
Ofelia: Si, principe
Amleto: Mio Dio, signora, sono il vostro giullare. Che dovremmo fare, se non divertirci?
9月20日

Da La Fuggitiva, Alla Ricerca Del Tempo Perduto di Marcel Proust

<< Ecco ciò che amato, ciò che mi ha fatto soffrire, ciò che ho sempre visto >>. con un procedimento del genere, io che avevo tentato di aggiungere con la mente a Rachel tutto che che Saint-Loup vi aveva aggiunto di se stesso, cercavo di togliere il mio apporto cardiaco e mentale nella mia composizione di Albertine e rappresentarmela come doveva apparire a Saint-Loup, così come Rachel appariva a me. Ma che importanza ha tutto questo?  A quali differenze, quand'anche fossimo noi con i nostri occhi a vederle, presteremmo forse fede? Quando un tempo, a Balbec, Albertine mi aspettava sotto i portici di Incarville e saltava dentro la mia automobile, non soltanto non era ancora ingrassata ma, a causa di un eccesso di sport, era troppo dimagrita; magra, imbruttita da un orrido cappello che non lasciava intravedere che la punta di un naso sgraziato, e, di profilo, guance bianche come vermi, ritrovavo ben poco di lei, abbastanza, tuttavia, perchè al balzo che faceva nella mia vettura io sapessi che era lei, che era stata puntuale all'appuntamento, che non era andata altrove; e questo bastava; quello che si ama è troppo connesso al passato, consiste troppo nel tempo perduto insieme perchè si abbia bisogno di tutta la donna; si vuol solo essere sicuri che sia lei, non essere ingannati sulla sua identità, ben più importante della bellezza per coloro che amano;le guance possono incavarsi, il corpo smagrire, che per coloro che, all'inizio, sono stati più di tutto orgogliosi agli occhi degli altri, del loro dominio su una beltà; quel musetto, quel segno in cui si riassume la personalità permenente di una donna, quell'estratto algebrico, quella costante basta perchè l'uomo atteso e ben accolto nella società aristocratica non possa disporre di una sola delle sue serate preferendo passare il suo tempo a pettinare e a scompigliare, fino all'ora di addormentarsi, i capelli della donna che ama, o semplicemente a restare accanto a lei, per essere con lei, o perchè lei sia con lui, o anche solo perchè lei non sia con altri.
7月6日

Berlino, 1961

Anche questa mattina mi son svegliato
e il muro la coperta i vetri la plastica il legno
si son buttati su di me alla rinfusa
e la luce d'argento annerito della lampada

mi si è buttato addosso anche un biglietto di tram
e il giallo della parete e tre righe di scritto
e la camera d'albergo e questo paese nemico
e la metà del sogno caduta da questo lato s'è spenta

mi si è buttata addosso la fronte bianca del tempo
e i ricordi più vecchi e la tua assenza nel letto
e la nostra separazione e quello che siamo

mi son svegliato anche questa mattina
      e ti amo.

Nazim Hikmet
6月30日

Paris at night

Tre fiammiferi accesi uno ad uno nella notte
Il primo per vederti il viso
Il secondo per vederti gli occhi
Il terzo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo tra le braccia

Jacques Prevert


5月31日

Arthur Schopenhauer

Ciò che rende socievoli gli uomini è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, in questa, se stessi.

I piccoli infortuni che ci tormentano a ogni ora si possono considerare destinati a tenerci in esercizio, affinché nella fortuna non si afflosci del tutto la forza di sopportare i guai grossi.

Il grado di socievolezza di ciascuno sta in rapporto inverso al suo valore intellettuale.

In genere è consigliabile palesare la propria intelligenza con quello che si tace piuttosto che con quello che si dice. La prima alternativa è saggezza, la seconda è vanità.

La cortesia è un tacito accordo di ignorare reciprocamente la misera natura morale e intellettuale e di non rinfacciarsela a vicenda; di modo che con reciproco vantaggio essa viene a galla un po' meno facilmente.

La nostra felicità dipende da quello che siamo, dalla nostra individualità, mentre per lo più prendiamo in considerazione soltanto il nostro destino, vale a dire ciò che abbiamo e ciò che rappresentiamo.

La bellezza è una lettera aperta di raccomandazione che conquista subito i cuori.

La qualità più utile alla nostra felicità è quella di bastare a noi stessi, di essere tutto a noi stessi in ogni cosa e di poter dire omnia mea mecum porto.



2月16日

Comicità con la C maiuscola

Forse le avrei dovute mettere prima. Eccovi due video sulla persona e sulla comicità di Antonio Albanese.
Antonio Albanese 1              Antonio Albanese 2
2月5日

Estratto da Primavera nera di Henry Miller

"Un giovedì pomeriggio me ne sto nel mètro di fronte alle semplici donne europee. C'è una consunta bellezza nei loro volti quasi che, come la stessa terra, avessere partecipato a tutti i cataclismi della natura. Portano scolpita sui volti la storia della loro razza, la loro pelle è una pergamena sulla quale sono riportate tutte le lotte della civiltà. Le migrazioni , gli odi e le persecuzioni, le guerre d'Europa - tutto ha lasciato il suo marchio. Non sorridono, i loro volti sono composti e ciò ch'è scritto su di essi è composto in termini di razza, carattere, storia. Vedi sui loro volti la carta geografica stracciata e multicolore d'Europa, una carta rigata da ferrovie, linee marittime e aeree, confini nazionali, pregiudizi e rivalità indelebili e inestirpabili. L'irregolarità stessa dei contorni, i grossi squarci che indicano i mari e i laghi, gli anelli rotti che costituiscono le isole e le strane e mitologiche appendici che costituiscono le penisole, tutta quella tensione ed erosione, indicano il conflitto che avviene in eterno fra l'uomo e la realtà, un conflitto del quale questo libro non è che un'altra mappa."
7月3日

Picture n.1



Commentate questa immagine, non scordando le conseguenti implicazioni filosofiche

6月27日

Eros, così la filosofia torna a parlare d' amore

Visto che il quoziente intellettivo della gente che frequenta questo blog è molto al di sopra della media,
mi accingo con un pò di fretta e frenesia a riscrivere un articolo culturale del corriere di ieri.

La filosofia si basa tantissimo sul criticismo: di Aristotele conosciamo tanti commenti, di Platone idem, miliardi di critiche; pensiamo a Cartesio, che ha smosso per primo il panorama filosofico del XVII secolo, con lui è nato il razionalismo, e dopo di lui è passato un macello di gente che stuzzicati dalle sue teorie si sono buttati in lunghi discorsi allo scopo di smontarlo.
Questa mia premessa serve per adattarvi subito ad un impatto critico del testo, che io senza alcun commento vi riscriverò interamente.


Il Bacio

(26 giugno, 2007) Corriere della Sera
TEORIE Il pensatore cattolico Jean-Luc Marion contesta il «cogito ergo sum» e riabilita il «Simposio»

Eros, così la filosofia torna a parlare d' amore
«Basta con Cartesio, è il sesso il fondamento della conoscenza»

«Amo, dunque sono. Il fenomeno erotico è alla base della conoscenza umana». Il grande filosofo francese e uno dei maggiori pensatori viventi, Jean-Luc Marion, professore alla Sorbona e all' Università di Chicago, allievo di Deridda e Althusser, compie una completa rivoluzione post-cartesiana, e riporta «il fenomeno erotico» e l' amore al centro delle riflessioni del pensiero. Così come era stato dall' inizio della filosofia, che, come dice il suo stesso nome, appunto è amore, amore del sapere e della saggezza. Quella di Marion è una ribellione contro il soffocamento dell' istanza erotica nel mondo della razionalità, in nome delle evidenze originarie di ogni essere umano. Oggi di amore parlano altri linguaggi: la poesia, il romanzo, la psicoanalisi, la pornografia ma «la filosofia tace - dice Marion - e in questo silenzio l' amore scompare». Anzi, la «parola amore sembra la parola più prostituita» e noi viviamo in un «grande cimitero erotico dove manca l' aria». Nella buona società, «quella delle persone istruite, più nessuno osa pronunciare con serietà un simile non senso: "Ti amo"». Parafrasando Aristotele, invece l' uomo per Marion è «l' animale che ama». L' uomo cartesiano «pensa», ma non ama, almeno originariamente. «Ora - scrive Marion - l' evidenza più incontestabile, quella che comprende tutte le altre, che regola il nostro tempo e la nostra vita dal principio alla fine e che ci pervade in ogni istante, attesta al contrario: che noi siamo in quanto ci scopriamo sempre presi nella tonalità di una disposizione erotica, che si tratti d' amore o di odio, di infelicità o di felicità, gioia o sofferenza, speranza o disperazione, solitudine o unione». E ancora: «l' uomo si rivela a se stesso attraverso la modalità originaria e radicale dell' erotico». Insomma, proprio dalla Francia è sorto un filosofo che ricompone, quattro secoli dopo Descartes, la cesura tra res cogitans (il pensiero appunto) e res extensa (materia), a partire da quella particolare forma di materia che è il corpo, il nostro corpo, il nostro corpo sessuato. Anzi, ad essere precisi, Marion, nel suo libro (che è appena uscito in traduzione italiana e che nel suo Paese ha scatenato grandissime polemiche), più che di corpo, parla proprio di «carne». E conseguentemente, non solo di amore (fileo e agapao) ma di erotismo (erao), quello che i filosofi chiamano amore di possesso, amore attraverso i sensi e la carne, appunto. «Fare l' esperienza della carne mi dice che sono accettato e non rifiutato», ci spiega Marion, «non posso sentire la cosa del mondo se non attraverso la carne, c' è una resistenza, un dolore nel toccare». Nel libro, Il fenomeno erotico (Cantagalli, pp. 285, 18,50, traduzione di Laura Tasso), Marion descrive minuziosamente le tappe di questo itinerario che compie ogni individuo, e quindi l' uomo in quanto tale. «La carne - ci dice ancora il professore - e l' erotizzazione da parte di un altro, l' essere oggetto del desiderio di un altro, mi permettono di prendere coscienza di me e di non farmi sprofondare nel nulla e persino nell' autodistruttività». Sul fronte opposto c' è l' amante che si «spinge ad amare senza essere certo di essere amato». Essere «amante implica sempre uno squilibrio», continua il filosofo. Ma è proprio per questo che «Don Giovanni ha successo». Don Giovanni seduce perché «si muove per primo verso l' altro, e con questo suo interessamento dice all' altro: tu esisti». Anche se poi consuma il suo amato e lo delude. Questa dinamica però non è la descrizione solo del momento sessuale dell' esistenza umana. Il fenomeno erotico è molto più ampio dell' attività sessuale vera e propria. Da questo punto di vista, secondo Marion, che è cattolico, «Dio è il più perfetto Don Giovanni» perché «è Lui che agisce per primo» nella storia dell' umanità e dei singoli uomini. «La relazione con Dio che può sperimentare ogni essere umano è una relazione erotica, anche se non è sessuale», continua Marion. Conseguenza paradossale di questa struttura dell' essere e della logica intrinseca al fenomeno erotico è che persino «la castità può essere erotica». Un altro spunto interessante. Il professore della Sorbona si dice «d' accordo con quanto scritto da Papa Benedetto XVI nella sua prima enciclica "Deus caritas est"». E cioè che «non esiste una separazione netta tra erao e agapao (amore di possesso e amore oblativo)». L' amore, dice, «è un fenomeno se non unico, sicuramente unitario». E così manda alle ortiche un' altra distinzione manichea, quella tra spirito e carne