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3月22日 << La gente crede solo perché non ha il coraggio di non credere >> Michel de Montaigne [Più la gente alza la voce più ho voglia di abbassare la mia] Consiglio questo documentario Jesus Camp divertente 3月19日 Giusto per farvi leggere qualcosina. Da FacebookDroga?No grazie!GlobaleInformazioni di base
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Giovanni Galeano ha scritto alle 23.40 A.S. Ma cos'è questa storia di facebook che bisogna iscriversi per commentare? Mah! Tutto quello che reca piacere e fa male alla salute è una droga. Ok: vino, birra, sale, troppe arancie, troppi pomodori, troppa verdura, troppa carne ecc ecc Che a loro volta possono anche essere assunte come consolazione, misere, per le personali difficoltà del quotidiano di ognuno. E' da considerare: così eliminiamo anche la religione, che, a mio parere, potrebbe anche essere permessa esclusivamente a signore sole, persone avanti con gli anni e gravemente ferite. Ed inoltre come si chiama quella dipendenza ch'è quasi impossibile estirpare? Amore? Si? Può essere: anche l'amore, consola, crea sofferenze, e può far male; ma che volete fare, lo volete evitare e vietare? Poi, in caso, vi faccio sapere il seguito 3月16日 Così.. Immaginavo una serata estiva, futura e non passata, emigrando da un Saggio sull'arte di conversare di Michel de Montaigne, animata un dibattito retorico sotto al Capo S.Alessio, sulla spiaggia e fra l'andirivieni delle onde, dove i due oratori che si spiegano ordinatamente, in piedi magari su due sdraio, in un tempo determinato breve, gestito da un moderatore dal polso fermo, sotto un modestissimo pubblico dall'applauso generoso e divertito, seduto, composto e attento, per uno di quei temi immortali e senza vita, quale bene e male, religione o ateismo, uomo buono e uomo cattivo, politica ecc, e la cosa mi divertiva parecchio nella sua essenzialità e facilità, non ch'è per il suo fine filosofico. 2月15日 Manifesto del 13 febbraio AS Ringrazio a tutti : D Manifesto CULTURA & VISIONI 13.02.2009
Da tempo Giorgio Agamben alterna ricerche di ampio respiro a scritti
più brevi nei quali affronta questioni di metodo oppure percorre i
confini delle sue sperimentazioni teoriche, come in un lavoro di
esplorazione che precede elaborazioni ulteriori. I testi riuniti nel
libro Nudità (Nottetempo, pp. 169, euro 15) appartengono a quest'ultima
categoria: sono saggi nel senso letterale del termine, dunque prove,
sondaggi, esperimenti del pensiero che tanto dipendono da lavori già
compiuti, in particolare dalla «genealogia teologia dell'economia e del
governo» compendiata nel Regno e la Gloria (Neri Pozza, 2007), quanto
aprono verso ricerche in corso, quelle sulle forme di vita e sul
significato dell'«inoperosità» come «prassi propriamente umana e
politica» da Agamben più volte prefigurate. APERTURA | di Stefano Catucci UNA RINNOVATA CONSISTENZA DEL NOSTRO AGIRE Elogio DELLA INOPEROSITÀ Vannessa BeecroftIn «Nudità», la sua ultima raccolta di saggi edita da Nottetempo, Giorgio Agamben passa da riflessioni nate da esperienze estetiche, come quella provocata da una performance di Vanessa Beecroft, alla analisi di un problema classico della filosofia moderna come quello del «riconoscimento», alla rilettura dei romanzi maggiori di Kafka Proprio il tema dell'inoperosità, rimasto finora negli scritti di Agamben allo stato di una promessa enigmatica, emerge come il filo rosso che collega fra loro scritti all'apparenza eterogenei. Alcuni nascono da esperienze estetiche, come nel caso di Nudità, riflessione provocata da una performance dell'artista Vanessa Beecroft proprio come un libro precedente, Ninfe, era stato provocato dai video di Bill Viola. Altri da un prolungamento delle analisi sui materiali teologici raccolti nel Regno e la Gloria, come i saggi su Creazione e redenzione e sul Corpo glorioso. Altri ancora sono il riflesso di un pensiero vissuto nell'osservazione della quotidianità, come Che cos'è il contemporaneo? (già edito da Nottetempo) o come le pagine derivate dall'osservazione di Venezia (Dell'utilità o degli inconvenienti del vivere fra spettri). L'istituzione dell'inoperosità come modello di una prassi «altra», non orientata all'efficienza e alla produzione, ma al recupero di quella che Heidegger avrebbe definito una «festa del pensiero», sono però ciò che Agamben ha costantemente di mira, sia che affronti la questione della resurrezione dei corpi, sia che analizzi un problema classico della filosofia moderna come quello del «riconoscimento», o rilegga i romanzi maggiori di Kafka. Il cuore del libro è il saggio Su ciò che possiamo non fare. Potenza, insegnava Aristotele, non è solo possibilità di fare, ma anche di non fare: «mentre il fuoco può soltanto bruciare» e gli altri viventi «possono solo questo o quel comportamento iscritto nella loro vocazione biologica» - scrive Agamben - l'uomo «può tanto una cosa che il suo contrario, sia fare che non fare» ed è, dunque, «l'animale che può la propria impotenza». Non è improprio identificare questa possibilità di non fare con una forma di resistenza di cui occorrerebbe, oggi, riappropriarsi. Il potere «che si definisce ironicamente "democratico"», leggiamo, priva gli uomini della loro possibilità di non fare, li persuade del fatto che essi possono qualsiasi cosa proprio mentre li consegna «in misura inaudita a forze e processi» sui quali hanno perduto ogni controllo. Di qui la cecità di fronte all'impotenza umana, come pure il confondersi delle identità e dei ruoli sociali: «l'idea che ciascuno possa fare o essere indistintamente qualsiasi cosa, il sospetto che non solo il medico che mi esamina potrebbe essere domani un videoartista, ma che perfino il carnefice che mi uccide sia già in realtà, come nel Processo di Kafka, un cantante, non sono che il riflesso della consapevolezza che tutti si stanno semplicemente piegando a quella flessibilità che oggi è la prima qualità che il mercato esige da ciascuno». Solo la lucida consapevolezza di quel che possiamo non fare restituisce consistenza al nostro agire, conclude Agamben, così come solo la capacità di intessere una relazione armonica con una zona di non conoscenza, di ignoranza costitutiva, restituisce consistenza al nostro sapere. Affrontando quest'ultimo passaggio, Agamben usa un'espressione che ricorda un tema caratteristico dell'ultimo Foucault, rimasto intriso di ambivalenze al modo di una figura appena sbozzata. «Arte di vivere», infatti, viene definita da Agamben la capacità di istituire una relazione armonica con quella «zona di non conoscenza» da salvaguardare non come se si trattasse di un'oscurità mistica, di un mistero arcano, né tantomeno di uno di quei fantasmi rimossi nell'inconscio con i quali ci ha familiarizzato la psicoanalisi. «Non si tratta di una dottrina segreta o di una scienza più alta, né di un sapere che non si sa», precisa Agamben, quanto piuttosto di una serie di gesti, forse di relitti della memoria, certamente di qualcosa verso cui non valgono né scienza né dogma, ma solo «grazia» e «testimonianza». Una danza, ricorda Agamben, è il modo in cui Kleist aveva descritto la relazione con la zona d'ombra del non sapere, e proprio la danza è quanto in modo eminente disfa l'economia dei movimenti del corpo togliendo loro ogni funzione immediata per farceli ritrovare trasfigurati nel disegno della coreografia: inoperosi, cioè non più dipendenti dal vincolo di un'operazione, eppure attivi, ciò che li rende un segno di resistenza verso la prassi sociale generalizzata. La prassi dell'arte Già nelle pagine del Regno e la Gloria Agamben aveva accostato l'inoperosità alla pratica dell'arte. La poesia, scriveva allora rifacendosi a Spinoza, è l'operazione attraverso cui la lingua disattiva «le sue funzioni comunicative e informative, riposa in se stessa, contempla la sua potenza di dire e si apre, in questo modo, a un nuovo, possibile uso». Quel che la poesia compie rispetto alla potenza di dire, auspicava in quell'occasione, la politica e la filosofia devono farlo per la potenza di agire: «rendendo inoperose le operazioni economiche e biologiche, esse mostrano che cosa può il corpo umano, lo aprono a un nuovo, possibile uso». È significativo il fatto che nei sondaggi di Nudità l'apertura verso un nuovo uso del corpo umano sia tentata più volte, ma torni a insistere su dimensioni estetiche, prendendo il termine di nuovo nell'accezione foucaultiana di una «estetica dell'esistenza». Avviene nel saggio che dà il titolo alla raccolta o in quello sul Corpo glorioso, nel quale l'esame della dottrina teologica sulle condizioni fisiche degli uomini al momento della resurrezione conduce alla scoperta di paradossi - un Paradiso di trentenni cui è data anche una defecazione gloriosa - derivanti, in ultima analisi, da una separazione rimasta al fondo dell'intera cultura occidentale: quella tra una funzione e la sua sospensione, tra un corpo che opera in modo economico, sulla terra, e che esibisce solo la sua perfezione, nella gloria eterna. Una separazione identica è quella che divide, in tutte le religioni monoteiste, la creazione e la redenzione, per riprendere i temi del saggio che apre il libro. Riattivare la memoria di questa origine teologica, conservata ma non avvertita nel processo moderno di secolarizzazione, è per Agamben il metodo che consente di riannodare alla radice quel che è stato forzatamente separato. Ritroviamo il modello di questa argomentazione in più di un passaggio. Corpo economico, terreno, e corpo glorioso, celeste, non sono due corpi distinti, ma lo stesso corpo che l'inoperosità scioglie dal vincolo con la produttività e restituisce a un «nuovo possibile uso comune». Creazione e salvezza «coincidono nell'insalvabile» e la loro coincidenza può darsi solo se non vi è più nulla né da fare né da salvare. È l'esperienza della bellezza però, a rappresentare il polo di attrazione verso cui converge l'affermazione dell'inoperosità come punto di snodo di una prassi diversa, resistenza di fronte allo stimolo incalzante di un'economia della produzione che funzionalizza ai suoi scopi il nuovo dogma della flessibilità. La bellezza della nudità è esibizione della «pura apparenza» al di là di ogni significato e di ogni uso, disincanto dell'assenza di segreto che ci colpisce nella sua immediatezza rendendo vana l'antica e perdurante distinzione teologica fra la grazia della natura edenica e la corruzione della natura terrestre. I riferimenti dei saggi di Nudità alla dimensione antropologica della festa, alla fenomenologia della moda, ai dispositivi di cancellazione dello sguardo e del volto che educano mannequin e pornostar all'esposizione di un involucro oltre il quale non vi è nulla da cercare, erano in parte già delineati in un altro testo recente di Giorgio Agamben, Signatura rerum (Bollati Boringhieri 2008). Qui, però, si ha più netta l'impressione che, concentrandosi su temi come la bellezza, la danza, l'apparenza, la nudità, l'inoperosità abbia assorbito nel suo modo di articolarsi il retaggio di una vecchia tradizione estetica, quella che considera l'arte priva di scopi e, dunque, di utilità. Agamben prova a smarcarsi esplicitamente da questa tradizione, eppure si avvertono esitazioni che valgono come un sintomo di quella parentela. Non essendo inerte, ma attiva, l'inoperosità di cui egli scrive può ancora creare, produrre opere, ma d'altra parte le uniche davvero capaci di reagire alla scissione, di tenere insieme potenza e impotenza dell'agire umano, sembrano essere proprio quelle vicine al gesto artistico. Altre estetiche dell'esistenza Fuori dal campo estetico non ci sono opere immuni dal rischio di alienarsi nell'ordine dell'economia e della produzione funzionale, così che una prassi inoperosa sembra non poter opporre altra resistenza se non quella della defezione o del rifiuto, un po' come avviene con il Bartleby di Herman Melville di cui proprio Agamben, anni fa, aveva dato un'interpretazione magistrale. Da questa impasse, probabilmente, deriva il richiamo rivolto alla filosofia perché riattivi «una relazione essenziale con la creazione», pena il suo «girare a vuoto» nell'inesauribile esercizio del commento. Di qui, però, anche il dubbio che il principio dell'inoperosità abbia una forza ancora solo embrionale. È nello scritto dedicato alla questione del riconoscimento, Identità senza persona, che l'orizzonte di un'altra prassi possibile si delinea con maggiore nettezza, conservando uno spazio anche per quel margine d'indeterminazione di cui l'inoperosità non può fare a meno. Di fronte ai dispositivi che fissano il riconoscimento dell'identità in una dotazione biologica, tramite raccolta di dati biometrici e accertamento del Dna, la persona scompare, lo strato della nuda vita celebra il suo trionfo, la «Grande Macchina» globale esalta le sue tecniche di registrazione e di controllo. «E tuttavia», nota Agamben, «se l'uomo è colui che sopravvive indefinitamente all'umano, se vi è sempre ancora umanità al di là dell'inumano, allora un'etica deve essere possibile anche nell'estrema soglia post-storica in cui l'umanità occidentale sembra essersi arenata, insieme ilare ed esterrefatta». Il passaggio così aperto conduce verso l'orizzonte di quell'arte di vivere, di quella «estetica dell'esistenza» cui proprio la connessione con la vita, e non solo con l'arte, conferisce la consistenza di un'etica. Agamben non incoraggia nostalgie per le forme perdute dell'identità e coltiva piuttosto il presentimento di una «nuova figura dell'umano» che «non riusciamo ancora a vedere», ma che «a volte ci fa trasalire improvvisa», quando si palesa nella forma della pura apparenza, della semplice nudità della bellezza. Una questione di coraggio È un'immagine, magnifica, a ricordarci allora come la forza del pensiero non risieda tanto nella compiutezza dei suoi filosofemi, nella determinatezza di ogni sua intuizione, ma nello scarto che produce rispetto al proprio tempo, nell'ostinazione con cui evita di lasciarsi «accecare dalle luci del secolo» e tiene fisso lo sguardo sulla sua parte d'ombra. Il postulato dell'inoperosità non è altro, forse, che questa zona d'ombra di cui un pensiero critico deve farsi tenacemente custode. Le galassie che si allontanano da noi a una velocità maggiore della luce, scrive Agamben, proiettano una luminosità che non ci raggiunge, al punto che nel cielo notturno percepiamo ampie zone di buio. Guardare «nel buio dell'epoca», ma percepire in esso «una luce che, diretta verso di noi, si allontana infinitamente da noi», è il compito di un pensiero critico rivolto all'attualità. Una «questione di coraggio», in fondo, sempre più rara nell'esercizio filosofico. 2月12日 Sera, prima cena. Da felici si sognerebbe un Dio e crederebbe, creerebbe, una religione? Ps Secondo intervento giornaliero. 10月14日 Un maestro felice E' la prima volta che ne sento parlare e forse un pò ne sono anche dispiaciuto. Vi riporto da La repubblica.it l'intervista fatta al professore di estetica filosofo Gianni Vattimo che oggi ha dato la sua ultima lezione. "Io, filosofo presuntuoso in pensione senza rimorsi"Martedì lascia l'inventore del "pensiero debole". "Quanti brillanti allievi, qualcuno mi ha tradito..."
di Vera Schiavazzi
Il filosofo Gianni VattimoProfessor Vattimo, che cos'è un «maestro» nell'università italiana di oggi? «Tante cose. Nel mio caso, qualcuno che si ostina a pensare alla filosofia come a uno studio anche generale, "tuttologico" e politico, dunque una grande occasione per la mente, che può essere utilissima anche a chi, supponiamo, da grande farà l'agente di turismo. E c'è la "psicanalisi dei poveri" che ogni professore esercita nel suo studiolo con lo studente venuto a chiedere la tesi, ma in realtà pieno di dubbi sul futuro. Quella, sicuramente, mi mancherà…». Lei ha avuto come allievi molti giovani brillanti, e qualcuno è diventato famoso… «Sì, vado piuttosto fiero di uno come Alessandro Baricco, poi diventato scrittore importante. Fece una bella tesi su Benjamin, ma io lo incoraggiai a lasciare comunque i corridoi semibui dell'università, dove era tentato di accasarsi, e credo di avere fatto bene. Giuseppe Culicchia oggi è un narratore notevole. E Gianni Carchia, morto prematuramente ma grande filosofo. Tutti maschi? Già, perché sono un po' misogino e tra le filosofe salvo solo Franca D'Agostini. Poi ci sono quelli che mi hanno tradito…» . Che cosa significa "tradire il maestro"? «Mettersi a contestare duramente le sue tesi. Anch'io lo feci con Pareyson, ma c'è da dire da un lato che ognuno tende a giustificare se stesso quando uccide il padre, e dall'altro che continuai a portargli grande obbedienza accademica. Non posso dire lo stesso per uno dei miei allievi più affezionati, che dopo aver lavorato a lungo con me è diventato un anti-vattimiano selvaggio, un realista empirista che si occupa di ontologia sperimentale. Come ho detto pubblicamente, dopo la sua ontologia del telefonino mi aspetto che si arrivi a quella dello sciacquone (l'allusione è al filosofo Maurizio Ferraris, ndr)». Qual è il suo consiglio a un ragazzo di oggi che venga a dirle «da grande voglio fare il filosofo»? «Sono bravissimo a sconsigliare, gli amici mi mandano i figli apposta… Tuttavia, dieci anni fa ero più pessimista: allora mi pareva che se facevi l'ingegnere o il medico un lavoro l'avresti avuto di sicuro, adesso sicurezze non ne hai comunque. Tanto vale seguire le proprie inclinazioni, fare qualcosa che ti piace. Concretamente, questi giovani filosofi potranno diventare professori al liceo, grazie all'ondata di pensionamenti: guadagneranno poco e avranno meno prestigio di un tempo, ma non sarà poi così male». Lei, invece, quanto guadagna? «4.100 euro al mese, grazie all'anzianità. E per la stessa ragione spero in una pensione lauta. Ma l'aspetto più bello sono gli inviti, le conferenze, un modo un po' ottocentesco di vivere… A volte si teme di essere un po' ridicoli, come ne Il professore va a congresso di David Lodge, poi però quando arrivi con la tua valigetta negli angoli più sperduti del mondo la gente è contenta e tu anche». I suoi genitori la incoraggiarono a studiare filosofia? «Papà era agente di polizia, la mamma pantalonista, mia sorella ragioniera… Ai loro occhi, ero il genio di famiglia e non era il caso di contrastarmi. Credo che alla fine non se ne siano pentiti». Lei invece si è pentito di qualcosa? «No, sono troppo presuntuoso. Le polemiche con Viano sul pensiero debole, ad esempio, sono state divertentissime e le rifarei subito. Invece di pentirmi, preferisco ricordare i momenti belli: sicuramente gli anni del movimento, quando ero preside ma al tempo stesso mi sentivo partecipe della protesta, anche se quei simpatici banditi degli studenti mi mettevano spesso in grande imbarazzo. Ne ricordo soprattutto due: Bruno Boveri e Ermanno Gallo». Un giudizio sui giovani e la politica oggi? «Che se appaiono meno impegnati la colpa non è loro, ma dei partiti. Si può forse essere fortemente del Pd, o appassionatamente di Rifondazione comunista?». E uno sulla città? «Devo ammetterlo, mi piace di più oggi, anche se mi chiedo fino a quando reggeremo il ritmo. Chiamparino è un pessimo politico, troppo moderato per me, ma un sindaco piuttosto bravo». (13 ottobre 2008) 1月11日 Personalismo 1E infatti, dovre potrebbero procurarselo? Ogni persona s'è a poco a poco abbandonata all'anonimato del mondo impersonale. Il mondo moderno è un afflosciamento collettivo, una spersonalizzazione di massa. L'uomo soggiace continuamente alla tentazione costante di assopirsi di fronte al suo compito d'uomo. Per molto tempo gli stimoli di una natura ribelle e appetibile, con le sue sorprese, le sue tentazioni si unirono agli stimoli vigorosi d' un ideale di perfezione per tenerlo in tensione. Ma oggi la scienza sta imabavagliando tutte le creature più intransigenti , e il denaro dissolve tutti i timori, tutti gli sforzi e vince il tempo..[...] Tutto un vocabolario generico e impersonale ha consacrato questo vuoto assoluto. Gli uomini sono obiettivi, neutri, hanno delle idee originali, o anche delle opinioni; ma sono soprattutto indifferenti, anche quando l'apparenza è contraria. Le idee, le azioni, i caratteri s'inviliscono in una specie di protoplasma umano; di quando in quando lo scuote un brivido, che dà a quel pò di coscienza che rimane in ciascuno l'illusione di una passione personale, ma i suoi ardori, i suoi entusismi sono così tiepidi che non gli impediscono di continuare a dissolversi nella massa. Qualche comunione potrebbe prendere corpo in una simile confusione? [...] Ma è possibile comunicare gli uni con gli altri? Non esistono più nè uni nè altri; non vi è più un prossimo, non vi sono più simili. Vi sono solo delle coppie tetre e malinconiche , ognuno sta a fianco dell'altro in una adesione volgare e distratta ad abitudini standardizzate. si riscontrano delle forme di amicizie incerte, biologiche, costituitesi in virtù di circostanze o di funzioni, non di avvenimenti o di libera scelta. [...] Desolazione dell'uomo senza dimensioni interiori, incapace di incontri
E. Mounnier, Rivoluzione personalista e comunitaria, 1935 |
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