Giovanni 的个人资料Isoletta privata estera照片日志列表更多 ![]() | 帮助 |
|
1月28日 Francesco PetrarcaFuggendo la pregione ove Amor m’ebbe 1月27日 faccio un pò di retorica..Faccio un pò di retorica, ma ne sono cosciente e ve lo dico. Non darò giudizi, ma vi porterò a constatare delle semplici cose. Apro l'ansa.it e leggo: GUIDONIA, FERMATO BRANCO FOLLA TENTA IL LINCIAGGIO Ora, se non era per i telegiornali, che marciano felicemente sulla cronaca nera di una povera ragazza, (accadono tante violenze anche fra le mura di casa, perché nessuno ne parla?) sarebbe successo tutto quel clamore? Ci sarebbe stato quel titolo? Secondo voi i nostri giornalisti favoriscono una facile integrazione? Faccio domande al vento e a chi pazienza di leggere. 1月26日 poesieVincenzo Cardarelli
1月19日 A proposito del film prodotto dalla Rai su Rino Gaetano![]() Dopo aver fatto una tesina interamente dedicata a lui, ho visto il film Rino Gaetano Ma il cielo è sempre più blu. A voler essere generosi, gli si può riconoscere un chè di tributo, ma attenzione a farne carta bollata perchè ci sono parecchie cose fittizie e trascurate.
1月18日 Mark Strand - Poesie variePrima l'intervista ed ora un pò di testi, trovati su internet, di quell'autore. LA VITA TRANQUILLA: Sei alla finestra. C’è una nube di vetro a forma di cuore. Sei il fantasma sull’albero lì fuori. La strada è muta. Il tempo, come il domani, come la tua vita, è in parte qui, in parte sospeso in aria. Non puoi farci niente. La vita tranquilla non dà preavvisi. Consuma i climi dello sconforto e compare, a piedi, non riconosciuta, senza offrire nulla, E tu sei lì. _____________ Se guardi la neve che scende a coprire la terra, coprire se stessa e tutto ciò che tu non sei, vedrai che è la deriva gravitazionale della luce sul rumore dell’aria che cancella l’aria, è il cadere dell’attimo nell’attimo, la sepoltura del sonno, la fodera dell’inverno, il negativo della notte. ____________ 1) Se un uomo capisce una poesia, 2) Se un uomo vive insieme ad una poesia, 3) Se un uomo vive insieme a due poesie, 4) Se un uomo concepisce una poesia, 5) Se un uomo concepisce due poesie, 12) Se un uomo si vanta delle sue poesie, 18) Se un uomo lascia che le sue poesie vadano in giro nude, 19) Se un uomo ha paura della morte, 20) Se un uomo non ha paura della morte, 21) Se un uomo finisce una poesia, 1月17日 Cultura e Visioni, Il manifesto di giovedì 15 gennaio Vi do un passatempo e vi copio un articolo serio di poesia contemporanea, un'intervista de Il manifesto al poeta americano Mark Strand. PER RENDERE TATTILE IL SENSO DELL ATTESA Mark Strand UN POETA NARRANTE ![]() Incontro con il poeta americano che questa sera terrà un reading a Roma, all'auditorium della Saint Stephen's School in via Aventina 3, alle ore 19.30. I suoi numi tutelari sono Wallace Stevens, Richard Wilbur e la pittura di Hopper con il suo senso dell'attesa. «Anche nella mia poesia - dice - sono presenti dei personaggi e qualcosa accade» «L'avverarsi/ di qualsiasi cosa è una minaccia continua». E ancora: «Se la luna potesse parlare non direbbe niente»; «Penso alle vite innocenti/ delle persone dei romanzi: sanno che moriranno/ ma non sanno che il romanzo finirà». Mentre si avvicina l'ora dell'appuntamento con Mark Strand, mi rendo conto che, più di una serie di domande per un'intervista, ho in mente un florilegio di citazioni delle sue poesie, dalle raccolte più vecchie all'ultima, Uomo e cammello, la sua undicesima, apparsa in italiano per «Lo Specchio» Mondadori nel 2007. Mi piacerebbe sottoporglieli, quei frammenti mandati a memoria, e chiedergli di commentarmeli come fossero di un altro: uno dei tanti poeti che hanno fornito l'argomento alle sue lezioni universitarie, prima a Chicago e negli ultimi tre anni a New York, alla Columbia. Eppure, la lingua di Strand è sempre limpida, accessibile, anche quando si fa carico delle visioni più impervie e sorprendenti. Come le parabole di un maestro taoista, i suoi versi, più che capiti, vanno intuiti, rivissuti. Basta non opporre resistenza, accettando di venire trasportati in una terra talmente estranea che leggere potrà dare l'inquietante sensazione di essere scivolati, a propria insaputa, nel sogno di un altro. Ma non è mai tutto qui. Come sempre accade con la grande poesia, accettando l'arbitrio dell'altro noi in realtà torniamo a casa, e dove meno ce lo aspettavamo troviamo lo spazio necessario a riconoscere qualcosa di noi stessi. Per questo motivo, si potrebbe dire che tutte le storie raccontate da Strand nelle sue poesie, assomigliano a sogni, ma non lo sono mai fino in fondo. Nato in Canada nel 1934 Strand, fra i poeti della sua generazione, è quello che ha saputo sviluppare al meglio, conducendola fino ad esiti imprevisti quanto originali, la grande lezione di Wallace Stevens. Non ha nulla in contrario a vedere definita, nelle recensioni e nelle storie letterarie, la sua poesia come filosofica («a patto, però, di non vedere nell'aggettivo qualcosa di sistematico. Ma ogni meditazione, ogni considerazione dell'essere è un atto filosofico»). Accanto alle poesie di Stevens, andranno subito citati i quadri di un altro dei numi tutelari dell'ispirazione di Strand, Edward Hopper, al quale ha dedicato un saggio ricchissimo e vibrante d'ammirazione. L'agenda delle sue vacanze romane, del resto, è molto fitta di spedizioni nei musei. Reduce dalla Galleria Borghese, ha intenzione di affrontare, dopo l'intervista, i Musei Vaticani. Ma accetta con pazienza, e vincendo un'evidente riluttanza a parlare di sé, di sottoporsi a un'intervista, in compagnia di Damiano Abeni, il suo eccellente traduttore italiano, oltre che amico di lunga data. Siamo in un comodo angolo di uno dei vasti ed eleganti saloni al pianterreno dell'Accademia Americana, una villa circondata da un parco alla sommità del Gianicolo, terminata nel 1914 in quello che nei manuali d'architettura è definito stile «eclettico». Un luogo che si potrebbe definire come una scheggia ormai fuori tempo massimo di età dell'innocenza, per usare la formula di Edith Wharton riscoperta da Martin Scorsese. La conversazione con Strand prende le mosse proprio dai tanti scrittori americani che hanno fatto di Roma quasi una specie di genere letterario: dall'Hawthorne del Fauno di marmo al James del Ritratto di signora. Quanto a lui, difficilmente le sue poesie sono ascrivibili a un luogo e a un tempo precisi. Ma ci tiene a citare, più di tutti i narratori, un poeta americano ancora poco noto in Italia, Richard Wilbur, ammirato anche da Brodskij. Wilbur scrisse una specie di ode dedicata a una fontana barocca di Villa Sciarra, proprio a pochi passi dall'Accademia Americana. Ma il fascino di Roma, per un poeta colto e incline alla meditazione come Strand, sta anche nel fatto che ci si aggira in un luogo reale, che è, allo stesso tempo, un grande palinsesto di scritture, emblemi, citazioni... Mr. Strand, non solo Roma, ma tutto il mondo, da un certo punto di vista, può essere considerato un libro da sfogliare. Nella sua poesia, questa vecchia e ben collaudata metafora riaffiora con una certa regolarità... Sì, la metafora è antica, e volentieri ci sono tornato sopra, per tentarne delle variazioni. Ed è pure vero che noi possiamo metterci di fronte al mondo come chi legge un libro, ne decifra i caratteri. Il guaio, semmai, è che non lo capiamo. Se è vero che per ogni poeta il punto di partenza è la poesia di un suo predecessore, quanto è stato realmente importante per lei l'esempio di Wallace Stevens ? E ha mai provato i morsi di quella che Harold Bloom definisce l'angoscia dell'influenza ? Di Stevens iniziai con il leggere i Tredici modi di guardare un corvo. Oggi mi capita di insegnarlo nei miei corsi all'università. Mi voleva chiedere se è così difficile affrancarsi da un modello? Direi di no, si può riconoscere il proprio punto di partenza e nello stesso tempo andare lontano. Il fatto è che sarebbe finto pensare a un'innocenza da recuperare. Bloom dice che c'è un clinamen, uno scarto dal percorso tracciato dal maestro; ma questo avviene grazie ad altri maestri: nel mio caso Kafka, Borges... La vera angoscia dell'influenza, a mio parere, la si deve provare nei confronti di se stessi. Insomma, la mia paura non è l'imitazione, ma l'auto-imitazione. Bloom, nella sua teoria, non tiene nel debito conto questo aspetto. Nel risvolto di copertina di un'antologia italiana della sua opera, l'editore la definisce «il più kafkiano dei maestri americani». Si riconosce almeno vagamente in questa definizione ? A parte il fatto che Kafka è un genio mentre io...non mi considero tale, devo dire di sì. Questa primavera, terrò un corso su di lui alla Columbia. Ancora oggi, credo che la scoperta di Kafka possa rappresentare un'esperienza decisiva. Adesso che hanno pubblicato i diari di Susan Sontag, per esempio, si può vedere cosa questa lettura abbia potuto rappresentare per una persona come lei, quando era ancora molto giovane. Per quanto riguarda la mia poesia, è certo che l'aggettivo kafkiano per me punta dritto a una questione essenziale, che è quella del raccontare. Sono consapevole del fatto che, a differenza di tantissimi altri poeti, scrivendo io mi preoccupo dell'impostazione narrativa del discorso. Qualcosa accade, ci sono dei personaggi. È per me un'impalcatura irrinunciabile. Senza di essa credo che la mia poesia non sarebbe affatto comprensibile. Detto questo, posso tornare all'importanza di un modello come Kafka. Perché, cosa fa Kafka, soprattutto nelle prose più brevi? Di sicuro racconta. Ma non racconta per forza una storia, bensì un evento. Non si può restringere a una storia l'àmbito del raccontare. Quel che dice non può che far venire in mente anche il suo interesse per la pittura di Edward Hopper. Guardando i quadri di Hopper, naturalmente, noi vediamo una scena ferma, non una successione di eventi. Eppure sentiamo che qualcosa accade, o sbaglio ? Con questa narratività implicita nella visione, noi tocchiamo con mano quello che ho definito come il grande potere di Hopper. Perché effettivamente non mette nessuna storia all'interno dei suoi quadri, tocca allo spettatore, in qualche modo, supplire a questa mancanza. L'artista quasi costringe chi guarda a immaginare la possibilità di un evento. Si riferisce ai paesaggi marini, a quei fari, a quelle case che sembrano abbandonate da tempo immemorabile ? No, no, la cosa è molto più chiara e affascinante quando vediamo l'umanità di Hopper. Molto più che nei paesaggi. Per dirne una, è palpabile il senso di un'attesa. Noi non sappiamo che cosa venga atteso, ma è come se riuscissimo a vedere l'attesa. Ad esempio, possiamo osservare una signora ben vestita, senza particolari emozioni stampate sul volto, che aspetta qualcuno nella stanza di un albergo. Ed ecco che Hopper ti sta portando quasi per mano in un mondo in cui sei come costretto a immaginare ciò che accade, rimediando alla reticenza del dipinto. Ti poni delle domande, non puoi evitarlo. Arriverà mai colui che la signora aspetta ? La persona che vediamo è in procinto di affrontare una tragedia ? E di che tragedia si tratterà ? È un interrogativo che mi offre l'occasione per tornare sulla sua poesia, fatta certamente di racconto, ma anche di contemplazione. Questa contemplazione, tuttavia, si fissa su una normalità, una quotidianità che solo in apparenza è rassicurante. In realtà, come si legge in una poesia del 1970, la vita, quanto più sembra tranquilla, tanto più «non dà preavvisi». E più di recente: «l'avverarsi/ di qualsiasi cosa è una minaccia continua». La tranquillità del contemplare è dunque come l'occhio del ciclone ? Decisamente sì, mi piace questa immagine. Quanto alla minaccia che è insita in qualunque cosa che si avvera, ebbene, è così! Cosa volevo esprimere in quei versi? Una specie di desiderio assurdo che le cose non finiscano mai, probabilmente. Ma come è possibile? La natura delle cose è che esse si concludano, si consumino. A partire dalla vita nella sua integrità. Tutto finisce: ci si incontra per poi salutarsi, si visita una città per andarsene, e così via... Tanto è viva in lei questa preoccupazione, che nella «Poesia sulle ultime sette parole», un ciclo ispirato al quartetto di Haydn op. 51, «Le ultime sette parole di Gesù sulla croce», la possibilità di rimandare la fine assume i contorni di una vera e propria storia di redenzione... È vero che ho provato a immaginare la figura di Cristo, ispirandomi soprattutto al Vangelo gnostico di Tommaso. Ma non lo riesco a immaginare davvero, se non come un poeta. Un Cristo, insomma, spogliato della sua presenza morale. Perché il poeta offre al suo lettore un paradiso che anziché essere eterno è provvisorio, dura quanto dura la poesia stessa. E lungo l'arco di questa durata, al lettore è concesso credere in qualcosa, senza altre conseguenze. Sito del quotidiano 1月14日 Sotto un pò di pioggia (ho dimenticato l'ombrello in un negozio, appena possibile li contatterò) A.S. Miei fidati lettori, leggete queste righe come tante altre, l'oggi di cui parlo può essere ogni giorno e mai; niente di straordinario o rivoluzionario. Cos'è Poesia
l'ho rifuggita tante volte, poesia l'ho snobbata, considerata un decoro un artificio per pochi pazienti (pazienti, ahahahha) un qualcosa distante incomprensibile oggi ho cambiato idea poesia è mia poesia è tua non è una prostituta è semplicemente vita
oggi ho capito che un quadro può essere dettagliatissimo completo perfetto fotografico ma il vero obiettivo del pittore è accecare lo spettatore
la poesia è stata licenziata incatenata mentre
è
di
tutti
d'altronde la poesia è vita e chi sono io per vietarti la vita? negarti una via?
Và, divertiti con i tuoi libri. 1月11日 Gaspare Nadi Sono tornato alla mia calda abitazione dal periodo di villeggiatura natalizio. Tutto bene. Per strada ho letto Kerouack, Sulla strada, tanto bene. A voi un piccolo testo scritto giù, forse degno d'interesse. Ou revoir! Troppo spesso questo mondo è fatto specchio la felicità stessa è riflesso lento che al suo posto al suo passaggio lascia buio intimi vuoti senza colore non esiste l'abbiamo chiamata noi così la felicità è arte inesprimibile artificio dell'uomo comune ricercatore la vera arte è trasmettere il vivo sconnesso io sono un morto che sussurra un cadavere dimentico ed un sogno immemore il niente che soffia senza alzare polvere 1月2日 Poesia... Ho internet col contagocce. Tanti auguri. A voi Jorge Luis Borges Se io potessi vivere un'altra volta la mia vita
nella prossima cercherei di fare più errori non cercherei di essere tanto perfetto, mi negherei di più, sarei meno serio di quanto sono stato, difatti prenderei pochissime cose sul serio. Sarei meno igienico, correrei più rischi, farei più viaggi, guarderei più tramonti, salirei più montagne, nuoterei più fiumi, andrei in posti dove mai sono andato, mangerei più gelati e meno fave, avrei più problemi reali e meno immaginari. Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente e precisamente ogni minuto della sua vita; certo che ho avuto momenti di gioia ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti. Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita, solo di momenti, non ti perdere l'oggi. Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro, una borsa d'acqua calda, un ombrello e un paracadute; se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera e continuerei così fino alla fine dell'autunno. Farei più giri nella carrozzella, guarderei più albe e giocherei di più con i bambini, se avessi un'altra volta la vita davanti. Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo. |
|
|